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Storie di Successo – Come cambiare la propria vita

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Storie di Successo – Come cambiare la propria vita. Oggi ascoltiamo la storia di Giulia, parole bellissime in grado di darci preziosi consigli per affrontare il proprio percorso di dimagrimento.

Storie di Successo “La seconda evoluzione di Heimlich1. Ovvero, come passare dalla taglia 56 alla taglia 42 scoprendo se stesse. Storie di successo”.

“Ciao, mi chiamo Giulia, ho quasi 43 anni e sono felice. Amo la vita, sia per la sua bellezza che per le difficoltà che essa comporta, il futuro non mi spaventa ma rappresenta per me una opportunità di evoluzione costante. Mi sento una privilegiata e sono grata per quello che la vita mi ha portato finora, tra lacrime e sorrisi.”

Vi piace la mia descrizione? Se mi aveste incontrato un anno fa sarebbe stata molto diversa. Ecco come:

Ciao, mi chiamo Giulia, ho quasi 42 anni e sono disperata, non credo di riuscire ad andare avanti. Peso circa 100 chili, soffro di reflusso e per questo sono costretta a dormire seduta, per non rischiare di soffocarmi. Dormire, poi, è una parola grossa. La tosse provocata dall’acido non mi fa chiudere occhio e senza sonno sono sempre di cattivo umore e priva di forze. Odio il mio corpo taglia 56, che è un ostacolo alla mia stessa vita, per questo indosso sempre lo stesso paio di pantaloni di maglina e lo stesso maglione nero, che lavo e rimetto in continuazione.

Poche volte sento l’esigenza di curare il mio aspetto e di truccarmi. Lo ritengo superfluo, e inoltre, penso che le donne che curano il loro aspetto siano delle oche giulive, delle poco di buono su tacco 12. Odio il mio lavoro e i miei colleghi, che non riconoscono il mio ruolo di leader e che non hanno a cuore il proprio dovere. Preferiscono andare a fare shopping in orario lavorativo o a fare eterne pause caffè che fare il proprio lavoro e io, che sono la loro responsabile, sono costretta a trattenermi ore in più non pagata per finire quello che loro non hanno fatto. Quando arrivo al limite esplodo con rabbia, ma tanto è lo stesso.

Anche fra loro non fanno che litigare e prendersi a male parole. Riuscire a trovare un motivo valido per andare al lavoro, oltre allo stipendio sicuro e ai contributi, è impossibile. Questa situazione assorbe tutto il resto della mia vita. Non ho tempo per leggere, per prendere una seconda laurea che mi consentirebbe di migliorare la mia posizione lavorativa, non posso fare un viaggetto perché nessuno al lavoro sa sostituirmi, non ho tempo neanche per guardare la tv! Sono sempre torva e carica di livore e schifo verso tutti.

Per questo lavoro ho smesso di sognare di riprendere a fare la storica dell’arte e ormai anche andare a vedere una mostra o un film mi pesa. Penso di stare regredendo intellettualmente ogni giorno che passa. Mi fa fatica tutto, dal fare le scale al sistemare la casa, che è sempre un casino. Quando non lavoro passo il tempo libero sdraiata sul letto o sul divano perché sono esausta, anche perché i farmaci antipsicotici che sono costretta a prendere mi rallentano parecchio.

Vivo da poco con il mio compagno, ma non credo che durerà molto. Un giorno l’ho scoperto che faceva il coglione con una tardona cretina su Facebook. Lui ha negato, ma ha dimenticato il profilo aperto sul computer. E’ stata una lettura interessante. Per lui io sono praticamente trasparente, una ciabatta comoda da indossare quando si torna a casa, mentre a questa decerebrata scrive cose come “donna fantastica”, “fata”, “essenza di donna”.

Non so che fare, sono profondamente delusa e vorrei che se ne andasse, salvo poi aver paura di perderlo ogni volta che esce con gli amici o che non mi chiama durante il lavoro. Ormai lo costringo e mi costringo ad una reclusione forzata. A darmi il carico da dodici ci si mettono anche i miei genitori, per i quali io non so fare nulla di buono.

Stando a Bologna, lontano da loro, stavo meglio, ma le loro condizioni di salute mi hanno costretta a tornare. Tornare a Roma ha significato anche trovare il deserto sociale. I pochi amici che ho lasciato qui sono troppo occupati con le loro vite per interessarsi a me e conoscere persone nuove è fuori discussione. Non mi sento a mio agio con gli altri.

Non vedo prospettive di miglioramento nel mio orizzonte, anzi, penso solo che le cose non possano che andare peggio. Forse ho sbagliato a tornare. Non mi resta che affogare nel cibo le mie frustrazioni, ingozzandomi a più non posso di dolci e di schifezze salate, a volte contemporaneamente, ad ogni ora del giorno e della notte. Non vedo l’ora che tutto finisca e forse, se mi ingozzo fino a scoppiare, mi leverò presto dalle scatole, tanto, che campo a fare?

Storie di successo, cosa ha innescato il cambiamento?

A questo punto vi starete chiedendo cosa mai mi sia successo in questo anno. Semplice, ho incontrato Roxane Barbato, la mia diet coach ed ho iniziato una dieta.

Storie di successo la dieta di giulia

Tutto qui? Si, tutto qui, ma non solo.

La dieta in realtà è stata un punto di partenza verso la vera me, soffocata dal grasso e dalla paura. A pensarci ora, tutta la mia vita è stata il tentativo di affermare me stessa come donna libera, ma questa ricerca era bloccata da tutta una serie di legacci, da un peso spirituale fatto di orgoglio, pregiudizi e paure e di milioni di etichette che mi portavo di addosso. Un peso che mi ha gravato al punto da portarmi, in un periodo lontano della mia vita, al completo distacco dalla realtà, alla psicosi, totale resa e sconfitta.

Oggi danzo con gioia la “danza della realtà” sui miei tacchi 12, che mi ricordano sempre che i pregiudizi stanno bene solo sotto i piedi, rischiando a volte ancora di cadere e a volte di perdere la strada. So che la vecchia me è ancora in agguato, ma è una parte di me alla quale, nonostante tutto, sono molto grata.

Vi starete chiedendo se Roxane sia una specie di maga. Niente affatto, è solo una persona in grado di ascoltare e di vedere, dietro le ombre nelle quali ci nascondiamo, la luce che ognuno di noi porta in sé.

Quando sono arrivata da lei, un anno fa, ero al limite. Entrai nella stanza quasi strisciando, soffocata dal reflusso e completamente esausta, con una nuova etichetta addosso: bulimia nervosa. Ormai avevo raggiunto un controllo totale delle mie fughe dalla realtà, al punto che le persone intorno non sospettavano neanche il problema, ma la mia salute era solo apparente, frutto di autodisciplina e di ferreo controllo per mantenere una maschera di normalità. In realtà ora so che la mia evoluzione precedente era solo apparente e come Heimlich, mi erano spuntate delle ali minuscole.

Non avevo risolto i miei problemi, avevo solo spostato il mio meccanismo di autodistruzione su un nuovo strumento, il cibo, socialmente più accettabile. Ricordo lo sguardo di Roxane quando mi sono seduta di fronte a lei. Con molta professionalità mi spiegò che avrebbe “pulito il mio palato”, eliminando gli zuccheri e i grassi, che alimentano la spirale di dipendenza, per riportarmi ad un tipo di alimentazione quasi ancestrale. Il mio primo pensiero è stato: ecco, si ricomincia, di nuovo dovrò tirare fuori il mio nazismo, privandomi anche della consolazione del cibo.

Mi ritrovai a dire che ero esausta e che non credevo di poter iniziare di nuovo un percorso di analisi, e per giunta anche una dieta. Proprio non ce la facevo e non mi andava di aggiungere un ennesimo fallimento. La reazione di Roxane mi sorprese, perché sembrava si aspettasse da me esattamente quelle parole. Ma non mollò. Al contrario, ingaggiò subito una pacifica battaglia, durata la bellezza di due ore e mezza, contro la mia paura, smontando una per una le mie ovvie obbiezioni. Alla fine ci salutammo con un primo obiettivo: le avrei dato un mese, nel quale mi sarei completamente fidata di lei. Alla fine del mese, avrei scelto se continuare o meno.

Con il tempo avevo dimenticato l’accordo e alla sua domanda, se volevo continuare o meno risposi semplicemente: ovvio! Le dissi che volevo arrivare fino in fondo, non perché avevo perso una taglia, ma perché per la prima volta mi sentivo più “aderente” a me stessa.

Molti oggi, quando mi vedono rinunciare a qualche leccornia, pensano che io stia facendo uno sforzo eccessivo, ma non è così. Per me è del tutto naturale. Non mi interessa, non vedo neanche i cioccolatini e le caramelle disseminati sulle scrivanie delle mie colleghe. Un dolce non è più un bisogno impellente, ma un piacere che una tantum mi concedo.

E tutto questo senza forzature, senza nazismo. Anzi, la mia parte giudicante e censoria, che comunque mi è servita nella vecchia vita, è il nuovo fardello che sto cercando di deporre. Spesso esce fuori e combina guai, che prontamente cerco di aggiustare. In fin dei conti, sto imparando e posso sbagliare.

E la mia follia? Ho scoperto essere la parte di me che mi rende più fiera. E’ la mia capacità di avere sogni e il coraggio per realizzarli, di cercare e trovare, tra le risposte ovvie, un percorso inesplorato.

Quindi, se siete depressi, arrabbiati, sconfortati, esausti di portare una maschera, se vi avvelenate con pillole, alcool o droghe, se vi preoccupate se siete abbastanza magri o abbastanza muscolosi, o di essere abbastanza simili ad un modello ideale, vi consiglio di cambiare domanda. Invece di chiedervi se il vostro corpo è giusto, chiedetevi se il vostro corpo è confortevole, se vi rispecchia e se vi sentite a casa in esso. Poi chiedetevi se la vostra vita vi rispecchia. Se la risposta è negativa, cercate un coach e mettete a dieta l’anima!

Vi ringrazio per la pazienza di aver condiviso con me la mia storia.

E a Rox, amica, madre, sorella, coach, grazie ancora per non aver mollato in quel lungo pomeriggio del 24 febbraio 2014.

Buona danza a tutti.

Giulia Grosso

Storie di successo, da dove iniziare?

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Personaggio tratto dal film “A Bug’s Life – Megaminimondo”, cartone animato del 1998. Si tratta di un bruco mangione e pasticcione che desidera ardentemente diventare farfalla, ma, al momento della sua evoluzione spunteranno solo due ali minuscole, insufficienti a sollevare il suo peso. Ho scelto questo personaggio perché la sua “mezza – metamorfosi” rappresenta il mio stato prima di iniziare il mio percorso di dimagramento.